Il gender gap pensionistico dipende solo in parte dal fatto che in Italia gli stipendi delle donne sono in media più bassi di quelli degli uomini; le pensioni femminili sono circa il 40% più basse rispetto a quelle maschili, anche perché l’80% delle pensioni di reversibilità è donna.

All’origine di questo gap c’è una sostanziale disparità nelle carriere lavorative. Le lavoratrici sono spesso costrette a periodi di inattività, legate ad esempio alla maternità o alle esigenze di cura verso i genitori.

Per gli stessi motivi, sono più inclini ad accettare o cercare lavori part-time, con la conseguenza che il loro reddito è inferiore a quello dei loro colleghi. Ciò si ripercuote sulla pensione che, in tutto o in parte, è calcolata sulla base dei contributi versati (i quali, a loro volta, sono calcolati sulla base del reddito).

Gender gap pensionistico: alcuni dati a riguardo

A livello nazionale la differenza più alta la si registra a Lecco, dove il gender gap pensionistico è di 918 euro. Seguono La Spezia e Genova, rispettivamente con 887 e 880 euro, che smascherano una Liguria pro-uomo, con stipendi, trattamenti professionali e appunto pensioni su un livello inferiore per le donne rispetto agli uomini.

Basti semplicemente pensare che fino a qualche anno fa le donne lasciavano la scena lavorativa principalmente per vecchiaia, quindi raggiunti i limiti di età, mentre gli uomini per anzianità di servizio. Poi è arrivata la Fornero che ha alzato i requisiti di vecchiaia e il gioco è cambiato.

Ma l’arrivo di Quota 100 che, come ha sottolineato Boeri, permette «alle donne di andare in pensione prima» mantenendo «la differenza di età di genere», potrebbe addirittura rivelarsi  “una trappola” al femminile.

Così per le donne, ancor più che per gli uomini, è bene pensare per tempo al futuro attraverso forme di previdenza integrativa o Piani individuali di risparmio (PIR).